ADHD nelle donne e masking: perché la diagnosi è in ritardo

ADHD nelle donne e masking: perché la diagnosi è in ritardo

ADHD nelle donne e masking: perché la diagnosi è in ritardo

 

Per molto tempo l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) è stato considerato una condizione tipicamente infantile e prevalentemente maschile.

Oggi la ricerca e la pratica clinica stanno finalmente sfatando questo mito, rivelando una realtà diversa: migliaia di donne convivono con l’ADHD senza saperlo, ricevendo una diagnosi corretta soltanto in età adulta o dopo anni di diagnosi errate.

Capire come l’ADHD si manifesta nel genere femminile non è solo una questione clinica, ma un passo fondamentale verso la consapevolezza e il benessere psicologico di molte persone.

L’articolo di Medical News Today, basato sull’intervista alla psicologa ed esperta di neurodivergenze Prof.ssa Davida Hartman, esplora le ragioni strutturali, sociali e psicologiche per cui l’ADHD femminile continua a essere sottostimato.

 

Il limite dei modelli clinici tradizionali

La ragione principale della mancata diagnosi risiede nell’origine dei criteri diagnostici ufficiali (come il DSM e l’ICD). Storicamente, i test e i profili di riferimento sono stati sviluppati osservando bambini maschi iperattivi, il cui comportamento manifestava un’irrequietezza fisica evidente.

Nelle ragazze e nelle donne, l’iperattività si presenta invece quasi sempre in forma interna e cognitiva:

  • Iperpensiero costante e mente che non si riposa mai;

  • Tendenza a sognare a occhi aperti durante le lezioni o le riunioni;

  • Disorganizzazione interna bilanciata da un apparente ordine esterno.

 

Il fenomeno del Masking (mimetismo sociale)

Sin da piccole, le bambine interiorizzano le aspettative sociali di compostezza e rendimento. Per evitare di sembrare “pigre” o “distratte”, sviluppano inconsciamente strategie di masking (mimetismo):

  • Prestazione di concentrazione: fingere di seguire una conversazione o una lezione sforzandosi enormemente per non darlo a vedere;

  • Iper-compensazione: dedicare il doppio del tempo e delle energie allo studio o al lavoro per nascondere le difficoltà organizzative;

  • Trattenere l’irrequietezza: soffocare il bisogno di muoversi per apparire calme e adeguate al contesto sociale.

Questo sforzo continuo di adattamento provoca un grave esaurimento emotivo e cognitivo (burnout neurodivergente).

 

Errore diagnostico e pregiudizi nel sistema sanitario

Quando le donne adulte cercano aiuto professionale per il carico emotivo accumulato, i loro sintomi vengono spesso scambiati per disturbi d‘ansia, depressione o sbalzi d’umore.

In media, le donne ricevono una diagnosi di ADHD con almeno 5 anni di ritardo rispetto agli uomini. Inoltre, la sovrapposizione tra ADHD e autismo (spesso presenti contemporaneamente) è stata riconosciuta dai manuali diagnostici solo a partire dal 2013.

 

Verso un approccio neuroaffermativo

La Prof.ssa Hartman evidenzia l’importanza di superare il puro “modello medico della patologia” per abbracciare una prospettiva neuroaffermativa. L’ADHD non deve essere visto esclusivamente come un deficit o una malattia, ma come una naturale variazione neurologica.

Oggi, anche grazie alla condivisione di esperienze personali sui media e sui social network, sempre più donne trovano le risposte che hanno cercato per decenni, riducendo il senso di colpa e riconciliandosi con la propria modalità di funzionamento mentale.

 

Traduzione e sintesi di un bell’articolo di Maria Cohut tratto da Medical News Today

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