Il possibile ruolo dell’alimentazione nella prevenzione dei disturbi depressivi è un tema di crescente interesse scientifico.
La depressione è infatti una condizione con un pesante impatto sulla qualità della vita delle persone, spesso caratterizzata da episodi ricorrenti, e l’identificazione di fattori modificabili associati al rischio di ricaduta può avere quindi importanti implicazioni. In questo contesto si inserisce l’analisi prospettica condotta nell’ambito del progetto Global Burden of Disease Lifestyle And mental Disorde (GLAD), che mira a valutare sistematicamente il rapporto tra stili di vita e salute mentale.
Gli autori di questo studio hanno esaminato l’associazione tra i 15 fattori dietetici critici definiti dal Global Burden of Disease, il consumo di alimenti ultra-processati e la ricorrenza di sintomi depressivi in un arco di 13 anni in 4.099 adulti britannici, in prevalenza uomini (74%), con età media di circa 61 anni, appartenenti alla coorte Whitehall II, che al reclutamento non presentavano una storia precedente di sintomi depressivi.
Le abitudini alimentari sono state rilevate mediante un questionario di frequenza dei consumi, che ha permesso di identificare 16 diverse categorie di esposizione alimentare: consumi insufficienti di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, frutta a guscio e semi, latte, fibre, calcio, omega-3 da prodotti ittici e acidi grassi polinsaturi; consumi eccessivamente elevati di carne rossa, carne processata, bevande zuccherate, acidi grassi trans e sodio e di alimenti che, secondo la classificazione NOVA, vengono indicati come ultra-processati.
I sintomi depressivi sono stati definiti mediante la scala CES-D, considerando indicativo di sintomatologia depressiva un punteggio pari o superiore a 16, oppure l’assunzione di farmaci antidepressivi.
Tra tutti i fattori alimentari considerati, solo il consumo di frutta e l’apporto di fibre hanno mostrato un’associazione coerente con una minore probabilità di ricorrenza dei sintomi depressivi.
In particolare, la probabilità di episodi depressivi ricorrenti si riduceva del 17% in associazione ad ogni incremento di circa 228 g al giorno nel consumo di frutta; analogamente, ad ogni aumento di circa 7,4 g al giorno dell’apporto di fibre corrispondeva una riduzione del rischio del 15%.
Queste associazioni rimanevano stabili anche dopo l’aggiustamento per numerosi possibili fattori confondenti. Non sono invece emerse associazioni altrettanto robuste per gli altri fattori alimentari considerati.
I risultati dello studio suggeriscono quindi che, tra i numerosi fattori alimentari considerati dal Global Burden of Disease, un maggiore consumo di frutta e un più elevato apporto di fibre sono quelli più chiaramente associati a una minore probabilità di sintomi depressivi ricorrenti nel tempo.
Dal punto di vista biologico, questo dato è plausibile. La frutta apporta vitamine, minerali, polifenoli e altri composti bioattivi potenzialmente coinvolti nei processi ossidativi e infiammatori, a loro volta associati alla salute cerebrale.
Le fibre, invece, potrebbero agire anche attraverso l’asse intestino-microbiota-cervello, grazie alla produzione di acidi grassi a corta catena e alla modulazione dell’infiammazione e di alcuni sistemi neuroendocrini.
Come per tutti gli studi osservazionali, questi risultati non dimostrano un rapporto causale diretto. Tuttavia, la durata del follow-up, la numerosità del campione e la coerenza delle associazioni rafforzano l’interesse per un modello alimentare ricco di alimenti vegetali e fonti di fibra, non solo in chiave cardiometabolica, ma anche come possibile supporto al benessere psicologico nel lungo periodo.
- Autori della ricerca: Akbaraly T, Norton J, Mura T, Jaussent I, Lassale C, Jacka FN, et al.
Eur J Nutr. 2026;65:133.
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